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OROSCOPO Lo diceva il mio Oroscopo Porta il cavallo del vento Sempre con te E io l’ho fatto Il cavallo del vento È sempre con me Nelle pause delle mie Angosce Gli do da mangiare Gli sistemo le ali Lui è fatto di niente Un pò come la morte Ma mi sospinge Lui mi conduce Il mio animale perfetto L’ho diceva il mio Oroscopo Un pomeriggio Ed io gli ho creduto Perché ero al Settimo piano E volevo imparare A volare.
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SABOR DA PAIXÃO Ah Wagner Bianco come Il latte Caldo La camicia Sbottonata Nero come La lava Ah Wagner Duro tagliente Fragile Meraviglia del Brasile Rovente.
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UN MESE DI COSCIENZA
I politici alla televisione blaterano platealmente “dobbiamo appellarci alla nostra coscienza!” Che misero terebrante, questa perseveranza nel sopravvivere in condizioni così miserabili. Sì, miserabili; sono miserabili! E se tuttavia avessero una maniera... non dico di pensare, ma se tuttavia avessero... non dico una coscienza... ma se avessero una maniera di trascendersi?
Questa è la realtà! – aggiunge una signora dallo schermo – se qualcuno ha una coscienza, trovi una casa per questi bambini!- –Eppure – chiude il teologo – il nostro sistema digerente è qualcosa di cui non abbiamo coscienza, ma lavora lo stesso. – Ma lui ce l’ha una coscienza? Può darsi, mi dico. Ed io? Non so. Ho paura che potrei rispondere Ma troverò, con il tempo, ma mia maniera di trascendermi.
Scritto a più mani da: un politico – una signora bionda – Raimond Quenaux – Julio Cortazar – Sean Connery – un teologo - rioro
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PAGLIACCI Pieno di pagliacci Il palco Tuco calibra la sua Chitarra La sventra Le strisce colorate I sorrisi Poi si balla I pagliacci cantano Anche mamma e papà Vogliono essere bambini (anche Tuco) (anche io)
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ELISABETH Alla regina piacciono i pirati, gli occhi le mani, i viaggi avventurosi.... Oh sì! Alla regina piacciono i pirati ma non li può avere... La regina è umana, dopotutto, e i pirati solo un sogno splendido.
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Il Signor Noel Rosa “Direi che tra l’amore e il samba c’è lo stesso rapporto che tra la buccia di banana e uno scivolone” (Noel Rosa) Di persone e personaggi ne ho incontrati tanti in questa ormai lunga vita, e potrei raccontare storie di premi nobel tristi e silenziosi, egregi economisti pittori e amanti delle donne (belle e brutte) e delle automobili (solo belle), strane coppie dedite al commercio di oggetti appartenenti a morti da poco, per non parlare di matematici pressoché scalzi a vita, o fondamentalisti della scienza di cosa ci possa essere in un punto (pensate che cosa ci può essere in una retta, allora…) Ma dato che in questo momento della mia (ormai lunga) vita mi trovo a Rio de Janeiro, racconterò di un personaggio che ho incontrato qui qualche anno fa, in un bel locale del centro della città, che di centro ha anche il nome, Centro Cultural Carioca. Lui era un tipetto basso e piuttosto bruttino, ma quando si trattava di fare samba era un vero poeta: per la qual cosa, si è accaparrato il soprannome di “Poeta da Vila”, dove per Vila si intende Vila Isabel, uno dei più antichi e attualmente non troppo raccomandabili quartieri di Rio, e per poeta si intende lui, Noel Rosa. Noel scoprì di essere un sambista da ragazzino, però rispetto a tanti altri che come lui si aggiravano per Rio creando con alterna fortuna melodie sul momento, lui aveva un attributo in più: era un poeta. Sapeva parlare di amore, tradimento, dolore, gioia, samba con parole che parevano dipinte sul pentagramma. La poesia gli veniva facile, insomma, e nasceva forse dal suo naso storto e dalla paralisi ad una parte del viso (retaggio di un parto difficile risolto a colpi di forcipe) che lo rendeva ridicolo, forse dalle varie donne che, nonostante il suo aspetto, gli cadevano tra le braccia folgorate dal meraviglioso connubio tra poesia e musica, regalandogli momenti di amore e dolore, dato che finivano sempre per abbandonarlo, e forse a causa dell’alcool, spesso motivo di fuga delle sue innamorate, ma compagno irrinunciabile quando si trattava di comporre un samba. Il samba scorreva nel suo sangue a tal punto che per Noel era il mezzo di comunicazione che gli veniva più spontaneo da usare: una delle più famose e animate corrispondenze della storia di Rio de Janeiro si è svolta a colpi di samba e poesia tra lui e un altro giovane e combattente sambista, Wilson Batista. Chi abbia vinto è difficile a dirsi, ma i samba che ne sono nati sono tuttora i più cantati nei bar carioca. Noel, come molti artisti, aveva le mani bucate, soprattutto quando si trattava di donne e chaçassa (la forma di alcool più comune in Brasile), e spesso si trovava a corto di liquidi (monetari ed alcolici), situazione che d’altra parte gli inspirava fantastici samba pieni di dolore e ironia; in questi casi, si trovava costretto a vendere la sua creatività, ovverossia dapprima a far registrare le sue poetiche melodie a nome di un altro, il che avveniva attraverso una transazione commerciale che aveva luogo in una stradina adiacente al grande Teatro Municipale di Cinelandia, nel centro di Rio (luogo ancora oggi deputato a questo tipo di commercio), poi, con la fama, in maniera più diretta, con l’inserimento del suo nome accanto a quello di sambisti meno famosi in modo da permettere loro di raggiungere più facilmente la notorietà. Ma i samba di Noel erano talmente belli che qualche estimatore li pagava anche profumatamente, con automobili di lusso ad esempio, genere di oggetto che ai tempi attirava molto l’attenzione e le donne. Tutto ciò, però, non ha impedito a Noel di rimanere povero e solo, finendo i suoi giorni a 27 anni, con da un lato un bicchiere di birra, la sua bevanda, e dall’altro uno di chaçassa, il suo companatico. Personalmente, l’ho incontrato grazie ad una chitarra ed una voce, in un concerto indimenticabile. Noel Rosa è morto nel 1937, e questa storia è un po’ inventata: ma se lo avessi veramente incontrato, sono certa che sarei caduta tra le sue braccia anche io, e chissà, forse non l’avrei lasciato. Ma chi lo può dire? Per un Piccolo Incontro Letterario, Dicembre 2007
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JOSÉ Lui canta canzoni Di altri Inventa quel che Gli pare Ciò che è Lo trasforma Lo mastica Poi digerisce È un cannibale? È un poeta? È lui, è l’altro È nel mezzo E canta.
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ALLA PENTOLA Pentola Eterna nemica Hai vinto la guerra M’arrendo! Ma sii magnanima Per una volta: inventa un modo di cucinarmi così saporito che il mio amore poggiando i suoi occhi sulla mia figura non possa dir altro che questo: grazie, ma non voglio altro cibo stasera, mangerò solo te.
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LO SCONOSCIUTO Pose lo sguardo su mia figlia Lei portava il suo cane Al guinzaglio Molto seria Aveva i pantaloni corti Una maglietta sbracciata Le scarpe alte brasiliane La tenerezza degli occhi Mi diede emozione mentre la sua bocca Descriveva un sorriso
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ANOTHER DAY IN PARADISE La mia unica vacanza È Rio de Janeiro: lì ho il mondo intorno non riesco a stare chiusa. Anche lontano Dalla strada Mi arrivano suoni, le note di una tromba, il canto di un samba, un pandeiro che batte come un cuore. Ho paura, anche, a Rio de Janeiro, diffido dell’altro, mi guardo le spalle. E mi addoloro, i bimbi per strada, famiglie nei cartoni, transessuali denudati di notte. Vedo il mondo Così come è A Rio de Janeiro; non c’è piega o anfratto, non c’è scuro in cui nascondersi. Tutto è sotto la Luce. Anche io.
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MENINA LINDA Se il mio poeta Canta menina linda Sento un calore Dentro il mio essere La lussuria mi prende Di sentire la voce I versi, le corde della Sua chitarra Ascoltarlo suonare Ogni cosa per me Vederlo svenire ai miei Piedi Con quella frase Sulle labbra arabe Di brasiliano Menina linda
(settembre 2007)
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La doccia sul molo Gocce di oro Di sole Il libro bellissimo Che sto leggendo Nessun movimento Solo il vento Sbatte le sartie Sugli alberi Delle barche Come campane Come domenica
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BUON COMPLEANNO MR. GRAPE Anche io Anche io l’ho fatto Ma tutto quello (2006)
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Culla della dissolvenza totale Lanciava le sue spire mortali Sui nostri corpi incandescenti Ricordava una notte sopravvissuta Alle fiamme di un inferno profondo E la tristezza intrappolava gli sguardi In grembo alle giovani donne. Lasciavamo che cadesse la luna
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“um ceú cheio de estrelas feitas com caneta bic no papel de pão” José cantava svogliatamente. Tico se ne accorse nonostante gli occhiali scuri e le luci basse del palco. Decise che avrebbe preso il toro per le corna, così dopo lo spettacolo, davanti alla birra rituale che bevevano sempre dopo un conterto e prima di separarsi per andare a dormire, se ne uscì con una domanda: “Josè, da quanto tempo non ti prendi una vacanza?” José ci pensò un pò, poi rispose con un laconico “Non ricordo”. “Domani abbiamo un giorno libero: perché invece di fare le prove non ce ne andiamo in spiaggia?” suggerì Tico mettendo su la sua faccia più convincente. “Per adesso, me ne vado a dormire” fu la reazione di Josè. Affittarono una macchina e si allontanarono dalla città, fino ad una spiaggia che Tico si era fatto consigliare dal portiere dell’albergo. Erano fuori stagione, la spiaggia era quasi deserta. Tico prese il surf e andò subito verso il mare; Josè si lasciò cadere sulla sabbia, e chiuse gli occhi. Dopo poco si rese conto che la sua testa sembrava completamente vuota, e rimase a godere di questa sensazione fino a quando non si accorse di avere sete. Andò a sedersi su una panca dell’unico kiosko, e ordinò da bere. ®rioro agosto 2007 – per daniela Scritto in occasione del Piccolo Incontro Letterario "Vacanze" - Belforte (SI) 2 settembre 2007
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Ieri sera qualcuno Ha nominato Budapest Mi sei venuto in mente Una cartolina, Un sorriso, Racconti di viaggio. Eri tu? Non posso ricordare. Eri tu. Me lo ricordo Bene.
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